Costi inesistenti = ricavi fantasma, spetta al contribuente provarlo

Costi inesistenti = ricavi fantasma, spetta al contribuente provarlo

In tema di operazioni oggettivamente inesistenti, l’onere di provare la natura fittizia dei componenti di reddito, in quanto correlati a spese non effettivamente sostenute, grava sul contribuente. Lo ha ribadito la Cassazione nell’ordinanza n. 26790, del 25 novembre 2020. Secondo la Corte suprema, lo jus superveniens del 2012 non intacca la ripartizione dell’onere probatorio
 
Fatto e processo
Con Pvc della Guardia di finanza, veniva contestata a una ditta l’indeducibilità di costi relativi a operazioni oggettivamente inesistenti, che una sas avrebbe eseguito a favore della predetta contribuente.
La ditta proponeva ricorso alla Ctp di Cuneo e i giudici di primo grado, limitatamente al profilo richiamato, accoglievano le doglianze della parte privata.
La vertenza finiva, comunque, all’attenzione della Ctr del Piemonte a seguito di ricorso della stessa contribuente.
I giudici di secondo grado rigettavano l’appello.
 
Ricorso per cassazione
La ditta, a questo punto, proponeva ricorso per cassazione, affidato a cinque motivi di diritto, di cui solo due (il primo e il quinto) sono utili per la nostra trattazione.
In questo senso, la contribuente contestava, anzitutto, che la Ctr piemontese avesse errato nell’attribuzione dell’onere probatorio e, inoltre, eccepiva che la sentenza impugnata fosse da cassare per consentire l’applicazione dello jus superveniens di cui all’articolo 8, comma 2 Dl n. 16/2012, secondo cui non dovrebbero essere “considerati ricavi quelle operazioni oggettivamente inesistenti strettamente correlate ai costi inesistenti indeducibili”.
 
Risposta della Corte di legittimità
Il supremo Collegio, prima di tutto, osserva – per sottolineare il buon governo, effettuato dalla Ctr Piemonte, del principio dell’onere della prova, nel caso in esame – che, in coerenza con un orientamento giurisprudenziale consolidato, è rimesso all’amministrazione finanziaria fornire un riscontro istruttorio, eventualmente anche tramite uno o più elementi indiziari gravi, precisi e concordanti, che sorreggano la conclusione che alcuni costi, e le relative fatture, siano in realtà meramente fittizi e non possano, quindi, legittimamente ridurre il reddito imponibile del contribuente che pretenda di dedurli.
 
Onere della prova in caso di operazioni oggettivamente inesistenti
È – prosegue la Corte – onere, tuttavia, del contribuente provare che le operazioni in questione, e i correlativi costi, siano invece effettivi (cfr Cassazione, pronunce nn. 26453/2018, 17619/2018 e 9108/2012).
Tale prova non può, peraltro, consistere nella mera esibizione della fattura, in quanto espressione cartolare di operazioni commerciali mai realizzate, né nella sola dimostrazione della regolarità formale delle scritture contabili o dei mezzi di pagamento adoperati, i quali vengono normalmente utilizzati proprio allo scopo di far apparire reale un’operazione fittizia (cfr Cassazione, nn. 33915/2019 e 17619/2018).
 
Effetti dello jus superveniens
Tanto premesso, la Corte passa a scrutinare l’ulteriore eccezione della contribuente, sottolineando che, in tema di operazioni oggettivamente inesistenti, spetta al contribuente provare la diretta afferenza tra ricavi e costi attinenti a beni non effettivamente scambiati, atteso che non vi è simmetria, né automatismo biunivoco, tra costi per acquisti inesistenti e ricavi dichiarati (cfr Cassazione n. 19000/2018).
Ebbene, anche con riferimento all’entrata in vigore dell’articolo 8, comma 2, Dl n. 16/2012, sopra richiamato, la stessa Cassazione ha chiarito che “in tema di imposte sui redditi, e con riguardo ad operazioni oggettivamente inesistenti, grava sul contribuente l’onere di provare la natura dei componenti positivi di reddito che – ai sensi della norma richiamata – siano direttamente afferenti a spese o ad altri componenti negativi relativi a beni e servizi non effettivamente scambiati o prestati e non devono pertanto concorrere alla formazione del reddito oggetto di rettifica, entro i limiti dell’ammontare non ammesso in deduzione delle predette spese o altri componenti negativi” (cfr Cassazione n. 33915/2019).
 
Nella sentenza appena citata, infatti, riferendosi al consolidato indirizzo della Cassazione, viene statuito che, “anteriormente all’entrata in vigore del D.L. n. 16 del 2012, art. 8, convertito dalla L. n. 44 del 2012, sia in materia di accertamento dell’Iva che delle imposte dei redditi, qualora l’Amministrazione, ritenendo fittizia – oggettivamente o soggettivamente – un’operazione di acquisto, ne avesse recuperato a tassazione i relativi costi, non avrebbe dovuto correlativamente ridurre i ricavi, non sussistendo alcun automatismo tra la ritenuta fittizietà dell’operazione e tale riduzione; l’Amministrazione non aveva pertanto l’obbligo di escludere, in proporzione, i ricavi esposti dallo stesso contribuente, né era tenuta ad accertare la dichiarazione nella sua interezza, potendo limitarsi ad analizzare l’esistenza dei costi dichiarati” (cfr Cassazione nn. 17729/2009 e 3267/2012).
 
Lo jus superveniens ha, poi, stabilito, con riguardo alle operazioni oggettivamente inesistenti, che “i componenti positivi direttamente afferenti a spese o altri componenti negativi relativi a beni o servizi non effettivamente scambiati o prestati, non concorrono alla formazione del reddito oggetto di rettifica, entro i limiti dell’ammontare non ammesso in deduzione delle predette spese” (cfr Cassazione, nn. 27040/2014, 25967/2013 e 7896/2016).
 
Conclusioni
Nelle ipotesi prospettate, in sostanza, grava sul contribuente l’onere di provare che i componenti positivi accertati, che si duole abbiano nell’accertamento concorso alla formazione del reddito, siano anch’essi fittizi, poiché ricavi “correlati”, ossia direttamente afferenti a spese o ad altri componenti positivi relativi a beni o servizi non effettivamente scambiati o prestati (cfr Cassazione n. 25967/2013).
Nel caso concreto, chiarisce la Corte nel rigettare il ricorso, la ditta non ha però raggiunto la prova, per come enunciata dall’interpretazione della Cassazione, neanche alla luce dello jus novum.
Difatti, la contribuente ha contestato la stessa natura fittizia delle operazioni in questione, insistendo sull’effettività di queste ultime: in questo senso non possono dirsi violate né la norma costituzionale che garantisce la corretta corrispondenza dell’imposta all’imponibile effettivo né lo jus superveniens invocato.



Fonte: https://www.fiscooggi.it/ Vai all’articolo originale

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