“In campo” frode fiscale e affari leciti: il reato realizza il “goal”

“In campo” frode fiscale e affari leciti: il reato realizza il “goal”

La Corte di cassazione ha statuito che, ai fini della sussistenza dei reati fiscali di dichiarazione fraudolenta (articolo 2 del Dlgs n. 74/2000) e di emissione di fatture per operazioni inesistenti (articolo 8 dello stesso Dlgs), la postulata veridicità di talune delle operazioni non comporta necessariamente che anche le altre presentino la medesima caratteristica: è possibile, quindi, che la frode si innesti in un’altra serie di “affari” intercorsi fra due società aventi il carattere dell’effettività.
Questi i contenuti della sentenza n. 32734, depositata il 24 novembre 2020.

I fatti in causa
Il Tribunale di Bologna, in funzione di giudice dell’appello dei provvedimenti cautelari personali, in riforma del decreto emesso dal Gip del Tribunale di Forlì, il quale aveva escluso la sussistenza dell’attualità delle esigenze cautelari, aveva applicato ad un presidente del CdA di una società calcistica la misura cautelare interdittiva del divieto temporaneo, per una certa durata, di rivestire cariche direttive in persone giuridiche e di esercitare imprese.
L’imputazione provvisoriamente contestata all’imputato atteneva all’utilizzazione di fatture relative ad operazioni inesistenti nelle dichiarazioni fiscali presentate nella ricordata qualità, nell’emissione, nel corso dei medesimi anni, di fatture aventi ad oggetto prestazioni inesistenti e nella redazione di false comunicazioni sociali per avere indicato nei bilanci della predetta società sportiva le plusvalenze rivenienti da alcune di tali operazioni inesistenti.
In particolare, veniva contestato all’imputato, in concorso con altri dirigenti di ulteriori società sportive, i quali erano sostanzialmente rei confessi, di avere fittiziamente acquistato e ceduto i diritti sulle prestazioni sportive di taluni giovani calciatori, apparentemente per importi molto elevati, al fine di realizzare fittizi utili, legati alla valorizzazione sportiva di costoro, tali da far apparire, in particolare agli organi ispettivi delle Federazione italiana giuoco calcio incaricati di verificare l’andamento economico delle società calcistiche, il conseguimento di cospicue plusvalenze da iscrivere in tal modo in bilancio.

Il ricorso per cassazione
Avverso la predetta ordinanza, interponeva ricorso per cassazione l’imputato, eccependo, in particolare, la mancanza di gravi indizi di colpevolezza, desumibili dal fatto che gli importi dei cartellini relativi alle prestazioni sportive dei calciatori che il proprio club aveva acquistato da altra squadra non corrispondevano agli importi versati per l’acquisizione dei cartellini che quest’ultima aveva rilevato dal primo, con un inspiegabile, ove si fosse trattato di disposizioni fittizie, sbilancio tributario a carico della società del ricorrente.
Inoltre, l’imputato aveva anche segnalato che la reciprocità delle operazioni commerciali indicate come fittizie (“operazioni a specchio”), sarebbe stata tale da annullare qualsivoglia vantaggio fiscale e, comunque, avrebbe escluso il dolo specifico, che deve caratterizzare i reati tributari contestati.

La decisione della Corte
Nel rigettare il ricorso dell’imputato, la suprema Corte premette che la ritenuta non fittizietà di talune delle cessioni compiute tra le due squadre, quand’anche rispondesse in fatto al vero, non comporterebbe affatto il vizio dell’ordinanza impugnata in punto di sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza a carico dell’imputato.
Difatti, inferisce la Corte, la postulata veridicità di talune delle operazioni non comporta necessariamente che anche le altre presentino la medesima caratteristica, ben essendo possibile che il meccanismo fraudolento sia andato ad innestarsi in una altra serie di “affari” intercorsi fra le due società sportive aventi il carattere della effettività.

Il fine di evasione e di consentire a terzi l’evasione
Inoltre, sulla ritenuta mancanza della finalità di evasione di imposta, la Cassazione ha rilevato che, ai fini della sussistenza dei reati fiscali contestati (articoli 2 e 8 del Dlgs n. 74/2000), non vi è la necessità che il fine di evasione delle imposte ovvero di consentire a terzi l’evasione di imposta – operazione, questa, nel primo caso riferita al dichiarante fraudolento e, nell’altro, al soggetto che si avvale delle fatture relative ad operazioni inesistenti compiacentemente emesse dal reo – sia né l’unico scopo perseguito dal soggetto agente né il principale, potendo esso concorrere, sebbene in ipotesi statisticamente marginali, con altre finalità.
Infatti, nel caso di specie, la finalità principale perseguita dalle parti era, con tutta verosimiglianza, quella di compiere un’operazione di maquillage contabile, onde far risultare delle apparenti plusvalenze, legate alla valorizzazione di giovani calciatori, da esporre di fronte agli Ispettori della Federazione italiana giuoco calcio ma, per altro verso, proprio la reciprocità del meccanismo delle fittizie cessioni consentiva ai soggetti che se ne giovavano di realizzare le plusvalenze, le quali diversamente sarebbero state foriere di imposizione tributaria, neutralizzandole sul medesimo piano fiscale con i costi connessi alle avvenute acquisizioni del diritto alle prestazioni sportive di altri calciatori.
In questo modo, concludeva la Corte, si determinava una voluta ipotesi di evasione fiscale atta ad integrare, anche sotto il profilo soggettivo, gli estremi dei gravi indizi di colpevolezza riguardanti i reati tributari contestati.

Osservazioni
Tra le ipotesi, per dirla con la suprema Corte, “statisticamente marginali” in cui il fine di evasione, nei reati in questione, si coniughi con altre finalità, può richiamarsi l’esempio, tipico nella prassi, in cui le fatture per operazioni inesistenti siano effettuate per ottenere una retribuzione non dovuta (caso affrontato, in particolare, da una sentenza risalente della Cassazione penale, depositata il 13 dicembre 1996).
Ebbene, nei casi in cui il fine di frodare il fisco concorra con altro e diverso fine, il giudice deve verificare quale sia stato il fine che ha spinto l’agente a porre in essere la condotta fraudolenta, senza poter in alcun modo presumere l’esistenza del dolo.
Tuttavia, pur in una configurazione dei reati in questione a “dolo specifico”, posta dal legislatore a garanzia dell’imputato, nel caso si accerti, come nel caso di specie, la finalità dell’evasione perseguita dall’agente, quest’ultimo dovrà rispondere delle fattispecie frodatorie, ex articoli 2 e 8 del Dlgs n. 74/2000.



Fonte: https://www.fiscooggi.it/ Vai all’articolo originale

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