Scambi tra consociate residenti, sì al “transfer pricing interno”

Scambi tra consociate residenti, sì al “transfer pricing interno”

Alle operazioni intercorse tra società consociate residenti, non si può applicare la disciplina prevista per quelle tra compagini dislocate in Paesi diversi (articolo 110, comma 7, Tuir), ma il principio del “transfer pricing interno” (articolo 9, Tuir), sì. Lo argomenta la Corte di cassazione, con la sentenza n. 5859 del 5 marzo 2024.

I prezzi di trasferimento sono un argomento oggetto di costante analisi e sviluppo sia da parte delle singole Amministrazioni fiscali sia dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (l’Ocse), in quanto è un fenomeno collegato alla doppia imposizione, ovvero doppia non imposizione, internazionale.

L’articolo 9 del modello di Convenzione contro le doppie imposizioni, implementato a livello internazionale, definisce l’“arm’s length principle”, ovvero il principio di libera concorrenza, che deve essere rispettato nelle transazioni tra imprese associate residenti in differenti giurisdizioni fiscali.

L’Ocse ha sviscerato la tematica, i cui risultati sono riportati nelle Linee guida sui prezzi di trasferimento per le imprese multinazionali e le amministrazioni fiscali.

A livello domestico, è l’articolo 110, comma 7 del Tuir che disciplina il trattamento fiscale dei componenti del reddito derivanti da operazioni tra società consociate, residenti in Paesi differenti.
A supporto della disciplina domestica, il ministero dell’Economia e delle Finanze ha predisposto le linee guida per l’applicazione delle disposizioni previste dal suindicato comma 7 dell’articolo 110 del Tuir, ovvero in materia di prezzi di trasferimento, le quali sono contenute nel decreto ministeriale del 14 maggio 2018.

Il suindicato decreto chiarisce che la valorizzazione delle operazioni oggetto di controllo, in base all’“arm’s length principle”, deve essere determinato utilizzando il metodo più appropriato al caso concreto, evidenziando che sono tutti conformi i seguenti metodi:

  • del confronto di prezzo
  • del prezzo di rivendita
  • del costo maggiorato
  • del margine netto della transazione
  • transazionale di ripartizione degli utili.

Il ministero ha previsto anche la possibilità che il contribuente possa applicare un metodo alternativo, nel caso in cui possa dimostrare che tale metodo produce un risultato più affidabile.

Lo stesso decreto fornisce anche la definizione di:

  • imprese associate
  • partecipazione nella gestione, nel controllo o nel capitale
  • imprese indipendenti
  • operazioni controllate e non controllate
  • indicatore finanziario.

La dottrina e la giurisprudenza si sono sempre chieste se l’Amministrazione finanziaria possa controllare la correttezza dei prezzi di trasferimento applicati tra società associate, entrambe residenti. In altre parole, il dubbio tra gli studiosi del diritto tributario è se la presunzione prevista dall’articolo 110 comma 7 sia applicabile anche per le operazioni intercorse tra società consociate nazionali. In base alla disciplina prevista dal suindicato comma 7, il parametro è quello della libera concorrenza, conseguentemente, l’ufficio accertatore ha il solo onere di dimostrare che le transazioni sono avvenute “apparentemente” a un prezzo differente rispetto all’“arm’s length principlementre non deve dimostrare alcun vantaggio fiscale ottenuto dal contribuente o dal proprio Gruppo di appartenenza, o la maggiore onerosità della fiscalità domestica.

Al riguardo, si è espressa la suprema Corte di cassazione con la sentenza n. 5859/2024.

Fatti di causa
Una società milanese effettuava delle cessioni a una società del gruppo localizzata al Sud Italia, applicando un prezzo con un ricarico del 4%, il quale tuttavia non era sufficiente a remunerare i costi della stessa. Infatti, da un’analisi dell’Amministrazione finanziaria è emerso che il ricarico richiesto doveva attestarsi a non meno del 10%, conseguentemente, l’ufficio accertatore contestava un maggior reddito e un maggior valore della produzione Irap, in relazione all’anno d’imposta 1999, sul presupposto di un “gonfiamento” degli utili della consorella meridionale, assoggettata a regime fiscale agevolato.

Normativa di riferimento
La disciplina prevista dall’articolo 110, comma 7, del Tuir non è sicuramente applicabile nei casi di operazioni intercorse tra società consociate entrambe residenti, in quanto il dettato normativo prevede esplicitamente che trova efficacia per le “operazioni con società non residenti nel territorio dello Stato, che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa, sono determinati con riferimento alle condizioni e ai prezzi che sarebbero stati pattuiti tra soggetti indipendenti operanti in condizioni di libera concorrenza e in circostanze comparabili”.

A dare una mano, è intervenuto anche il legislatore, con l’articolo 5, comma 2, del Dlgs 147 del 2015, il quale, con una norma di interpretazione autentica, ha chiarito che il richiamato comma 7 non si possa applicare per le operazioni tra imprese residenti o localizzate nel territorio dello Stato.

Quanto appena indicato, non preclude la possibilità, per l’Amministrazione finanziaria, di poter valutare la genuinità delle operazioni intercorse tra società consociate residenti, al riguardo la giurisprudenza di legittimità ha affermato il principio del “transfer pricing domestico” già con la sentenza n. 17995/2013.

Orientamento della giurisprudenza di legittimità
Secondo questo principio, le operazioni tra consociate residenti possono essere oggetto di valutazione fiscale, al fine di verificare la correttezza dei prezzi di trasferimento interni, ovvero che non ci siano manovre sui prezzi, finalizzate a una pianificazione fiscale aggressiva. Tale principio poggia le fondamenta direttamente sull’articolo 9 del Tuir, il quale impone, come criterio valutativo, il riferimento al valore normale di mercato per i corrispettivi e gli altri proventi. Con il termine valore normale bisogna considerare “il prezzo o corrispettivo mediamente praticato per i beni e i servizi della stessa specie o similari, in condizioni di libera concorrenza e al medesimo stadio di commercializzazione, nel tempo e nel luogo in cui i beni o servizi sono stati acquisiti”.

Nell’affermare il suindicato principio, i giudici di legittimità hanno indicato, che per la determinazione del valore normale, se possibile, si può fare riferimento ai listini prezzi o alle tariffe generalmente applicate e, in assenza di tali informazioni, eventualmente ricorrere alle mercuriali o ai listini prezzi delle camere di commercio o alle tariffe professionali.

La giurisprudenza di legittimità ha, pertanto, specificato la differenza tra il “Tp” internazionale e quello domestico: il primo è disciplinato dal comma 7 dell’articolo 110 del Tuir, il quale prevede un’apposita presunzione, il secondo si riferisce a un concetto economico e giuridico differente e più complesso e rientra nella disciplina di cui all’articolo 9 dello stesso Tuir (Dpr 917/1986).

Quindi, per le operazioni domestiche non effettuate a “valore normale” non è applicabile il suindicato comma 7, infatti, tale constatazione sarebbe solo un elemento aggiuntivo che l’Amministrazione finanziaria deve analizzare e tenere in considerazione, per un eventuale valutazione di elusività dell’operazione oggetto di controllo, ovvero se la condotta può essere valutata come “antieconomica”.

In conclusione, secondo l’orientamento giurisprudenziale, il “transfer pricing interno” trae il suo fondamento nel “valore normale” delle transazioni e sull’eventuale “antieconomicità” dell’operazione, infatti, si presuppone che chiunque svolga attività imprenditoriale ed economica abbia l’obiettivo di ottimizzare i costi e la massimizzazione dei ricavi, come indicato nelle sentenze 11093/2021 e 10422/2023 della Cassazione. Pertanto, transazioni commerciali intercorse non a valore normale e con una condotta antieconomica, costituiscono il presupposto per un eventuale accertamento analitico induttivo (articolo 39, comma 1, lettera d, Dpr 600/1973).

Riguardo l’eventuale eccezione di un “interesse del gruppo” nel suo insieme, i supremi giudici hanno chiarito, con la sentenza n. 11093/2021, che non si può prescindere dall’obiettivo di ottimazione dei costi e di massimizzazione dei ricavi delle singole società facenti parte del Gruppo societario.

Conclusioni della Cassazione
Con la sentenza n. 5859 del 5 marzo 2024, è stata ribadita la non applicabilità della disciplina prevista dall’articolo 110, comma 7, del Tuir per le operazioni intercorse tra società consociate residenti, tuttavia i giudici hanno confermato il principio del “transfer pricing interno”, ovvero che l’Amministrazione finanziaria può valutare la genuinità delle operazioni intercorse tra società consociate residenti, la cui valutazione si deve basare sull’analisi del “valore normale” delle transazioni e congiuntamente sulla verifica dell’eventuale “antieconomicità” dell’operazione, il cui fondamento lo si rinviene direttamente nell’articolo 9 del Tuir.



Fonte: https://www.fiscooggi.it/ Vai all’articolo originale